Cultura

Carri artistici del grano beni immateriali dell’Unesco.

I carri del grano sono realizzati con la paglia e portati in processione per le vie dei paesi in onore di santi e madonne che hanno protetto le rispettive comunità da malattie e carestie. Nei mesi di luglio e agosto è il rituale del grano tra arte, devozione e ringraziamenti.

Il progetto “I Rituali e i carri artistici del grano” è il risultato felice di un percorso iniziato nel 2014 tra i comuni di Fontanarosa (Av), Flumeri(Av), Mirabella Eclano (Av), Villanova del Battista (Av), San Marco dei Cavoti (Bn), Foglianise (Bn) e Jelsi in provincia di Campobasso che firmarono un protocollo d’intesa. Obiettivo era quello dell’iscrizione delle feste tradizionali legate al ciclo del grano fra Campania e Molise nella Lista dei Patrimoni Immaterili dell’Umanità UNESCO. E’ stato successivamente affidato  all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli per procedere a uno studio di fattibilità per la candidatura all’iscrizione delle feste tradizionali legate al ciclo del grano fra Campania e Molise.

Il 25 ottobre scorso c’è stata una delle prime tappe in cui sarà presentato il lavoro di studio preliminare riguardante il grano e le feste ad esso legate per la candidatura da sottoporre al vaglio dell’UNESCO. Per l’iscrizione, infatti, è criterio fondamentale la rappresentatività della diversità e della creatività umana. Deve dunque possedere le seguenti caratteristiche: – Essere trasmesso da generazione in generazione. – Essere costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in stretta correlazione con l’ambiente circostante e con la sua storia. – Permettere alle comunità, ai gruppi nonché alle singole persone di elaborare dinamicamente il senso di appartenenza sociale e culturale. – Promuovere il rispetto per le diversità culturali e per la creatività umana. – Diffondere l’osservanza del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità dello sviluppo di ciascun paese.

La Regione Campania ha convocato i Sindaci a Napoli il 4 dicembre prossimo per definire il percorso e mettere a sistema e in rete un patrimonio etnico, antropologico, storico, religioso, artistico e culturale.

 

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Francigena del Sud, 900 Km da Roma a Leuca.

Nasce la via Francigena del Sud, un tracciato di 900 km da Roma a Leuca, che riporta alla luce antiche vie medievali. Le regioni italiane che saranno interessate dal nuovo percorso sono Lazio, Campania, Basilicata, Molise e Puglia.

È nata a Bari la Francigena del Sud. Il voto dell’Assemblea Generale dell’Associazione Europea delle Vie Francigene ha ratificato l’estensione della certificazione di “Itinerario culturale del Consiglio d’Europa” della Via Francigena da Roma alla Puglia (verso Gerusalemme). Sarà possibile, così, viaggiare a piedi da Canterbury all’estremità della Puglia, un unico itinerario, di circa 3.200 km. Il prossimo anno arriverà anche una guida. La creazione del tratto meridionale della Francigena è stata strategica perché molti territori, per esempio quelli del Sud Italia, potranno diventare baricentri nella rete di itinerari e di relazioni nell’area mediterranea. Inoltre, non ci saranno più due cammini distinti, del Nord e del Sud, ma uno un unico che corre tutto lunga l’Europa, un’infrastruttura di turismo lento con segnaletica uniforme e strutture di accoglienza certificate che propone una nuova visione del viaggio per il Vecchio Continente, a impatto zero e sostenibile.

Il percorso della Francigena del Sud, che da Roma corre verso sud fino a Terracina per poi dirigersi verso l’interno della Penisola passando per Teano, Alife, Benevento. Per il nostro territorio potrà essere occasione di sviluppo turistico, grazie alla sempre più crescente voglia di turismo lento. Ariano Irpino, Buonalbergo, Casalbore, Castelfranco in Miscano, Ginestra degli Schiavoni, Greci, Montecalvo Irpino, Paduli, Sant’Arcangelo Trimonte, Savignano Irpino, Zungoli e ne fanno parte anche la Comunità Montana del Fortore e la Comunità Montana dell’Ufita.

900 km di storia, tradizione e territorio che camminatori più o meno esperti potranno conoscere e attraversare in circa un mese, accompagnati da una guida ufficiale (che sarà operativa nel 2020). Abbiamo l’opportunità di goderci un turismo lento e sostenibile grazie a questo.

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I Cippi del 1840 la linea di confine più antica d’Italia.

I Cippi del 1840 la linea di confine più antica d’Italia. Dopo alcuni secoli di controversie, il 26 settembre 1840 viene firmata e ratificata da Papa Gregorio XVI e da Ferdinando II una Convenzione che stabilisce con chiarezza quale sia il confine tra lo Stato pontificio e il Regno di Napoli. Questo perché non si riusciva mai a stabilire l’esatto confine per gestire le risorse del territorio: per i terreni, per il legname, per i pascoli, per le erbe, per i raccolti e il commercio delle merci. Così si rese necessario stabilire una linea di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie che prevedeva l’installazione di 686 Termini di confine numerati progressivamente dal mar Tirreno al mar Adriatico.

Il Termine n°1 fu posto alla foce del fiume Canneto tra Fondi e Terracina, l’ultimo al ponte di barche di Porto d’Ascoli presso la foce del fiume Tronto.
I lavori di apposizione dei Cippi iniziarono dal versante tirrenico nell’anno 1846 e le Colonnine poste in quel periodo portano scolpita questa data, tutte le altre portano la data del 1847.
I Termini furono posti in modo che la data di apposizione con le Chiavi di San Pietro guardassero in direzione del territorio dello Stato Pontificio mentre il numero progressivo con il Giglio in direzione del territorio del Regno Borbonico.
La linea scolpita sulla testa del Termine indicava la direzione del confine e quindi la posizione del Termine precedente e di quello successivo.

Sotto ad ognuna di essa venivano messe delle cassette di legno contenenti medaglioni in ghisa che ricordavano il trattato, oggi introvabile e raramente visibile anche nei musei.
I Cippi non venivano posizionati ad una distanza regolare l’uno dall’altro ma seguendo una logica a secondo la conformazione del terreno; nella fattispecie, nei luoghi dove il confine seguiva il corso di un fiume o di una valle ne venivano posizionate poche, mentre, dove il confine seguiva una linea irregolare, poste una vicino l’altro.
I Termini venivano ricavati da grosse rocce presenti lungo la linea di confine o da cave di pietra, grazie al lavoro di scalpellini, e poi trasportati a spalla da numerosi uomini sul luogo di apposizione. Il suo sviluppo totale in linea d’aria era pari a 186 miglia napoletane, pari a circa 300 chilometri, ma sul terreno ne sviluppava circa il triplo. Esso attraversava in senso orizzontale tutta l’Italia centrale con direzione est-nord-est, partendo dal Mar Tirreno alla foce del fiume Canneto, tra Fondi (Regno di Napoli) e Terracina (Stato Pontificio).

Con l’unificazione d’Italia la maggior parte dei Cippi furono rimossi dal loro posto originario alla ricerca dei medaglioni ivi sotterrati, poi alcuni furono rotolati lungo i pendii, altri distrutti, altri asportati e portati davanti alle chiese, piazze, cimiteri di paesi limitrofi al confine, case private e fortunatamente alcuni lasciati nei luoghi originari.

Nella foto a lato San Leucio del Sannio in provincia di Benevento che sorge al limite della linea di confine che, dal 1077  fino al 1860, ha diviso lo Stato Pontificio dal Regno delle due Sicilie. Passando per la frazione di Beltiglio del vicino comune confinante Ceppaloni, si può notare la tabella in sostituzione di uno dei 686 termini di pietra che dividevano i due stati dal Tirreno all’Adriatico.

 

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Acqua zurfegna, quando Napoli aveva “l’acqua delle mummare”

Fino agli inizi degli anni ’70, per le strade del Chiatamone (quartiere di Santa Lucia a Napoli), si vendeva una bevuta d’acqua fresca e frizzante, dall’intenso sapore sulfureo fortemente ferriginoso.  Fu per secoli la “bevanda” per eccellenza dei napoletani. Unica nel suo genere, era denominata “Acqua della sorgenti del Monte Echia” e proviene dal pozzo artesiano situato nel Palazzo Reale, pozzo realizzato nel 1850 circa dall’Ing. L.Cangiano su ordine di Ferdinando II. Questa fonte veniva usata per fare il carico d’acqua per i velieri che andavano molto lontano e nelle Americhe, perché si riteneva fosse unica al mondo non soggetta a putrefazione. Per questo motivo il molo adiacente nella Darsena di Napoli si chiama Beverello.

E’ conosciuta come l’acqua del Chiatamone prendendo il nome della strada dove sgorgava originariamente la sua fonte e, dove avveniva l’imbottigliamento.  Fu definita “acqua delle mummare” (anfore di creta con due manici con un tappo di sughero) perché utilizzate per prelevare l’acqua alla fonte e trasportarla senza rischio di comprometterne le qualità nei centri di distribuzione di cui Napoli traboccava. Di provenienza vulcanica, era minerale gassata con sali minerali, bicarbonato di sodio, cloruri, calcio, magnesio e ferro.

Nel 1973 , a seguito del colera, la sorgente fu chiusa dal Comune per motivi igienico-sanitari.
Per trent’anni l’acqua ferrata fu soltanto un lontano ricordo, cancellato definitivamente dalla costruzione dell’Hotel Continental, proprio sull’antica sorgente.

Nel 2000, però, l’acqua suffregna tornò di nuovo a sgorgare lungo i marciapiedi nei pressi del Palazzo Reale, in Via Riccardo Filangieri Candida Gonzaga, strada comunicante con Via Acton e Piazza Municipio, tra le mura perimetrali del Palazzo Reale e di Castelnuovo. L’amministrazione di allora promosse un’opera di recupero che si concretizzò nella realizzazione di quattro fontane fino a quando i tubi non si ostruirono, la falda fu dichiarata nuovamente inquinata, e fu necessario un periodo di manutenzione per rimetterla in sesto.

Però, per chissà quale motivo, l’interruzione momentanea per il cambio dei filtri si è rivelata ben più lunga del previsto, dal momento che le fontane sono state sigillate e mai più riaperte.

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Napoli è una città che non finisce mai di stupire

Napoli è una città che non finisce mai di stupire, sempre più spesso nuovi tesori nascosti emergono dopo secoli di storia. E’ il caso dell’eccezionale scoperta nel sottosuolo della basilica di San Francesco da Paola, voluta da Ferdinando I di Borbone con progetto dell’architetto Pietro Bianchi di Lugano, in Piazza del Plebiscito una delle più grandi piazze della città e d’Italia con i suoi 20.000 metri quadri di superficie, dove è stato ritrovato unipogeo di oltre 1.000 metri quadrati che risale addirittura all’800 e che richiama la sovrastante basilica. Tale ipogeo ha pure un’altezza ragguardevole di circa 16 metri ed un’architettura di notevole interesse, costituita da una volta centrale sorretta da una struttura a fungo.

A volerne la costruzione fu Gioacchino Murat, il sovrano francese del regno di Napoli per volere di Napoleone Bonaparte, costruita con la precisa funzione di ospitare le ceneri dei re delle due Sicilie, la dinastia Borbone. Una fitta rete di cunicoli e pietre di tufo (che si collegano alla Galleria Borbonica arrivando fino a via Morelli), arrivano nell’aula centrale, che ha un diametro di 43 metri e presenta una serie di piccole sale laterali. Da qui una rampa circolare e una grande volta a forma di fungo che presenta 8 ingressi e 4 lucernai.

L’ipogeo sarà un luogo per esposizioni museali, conferenze, rassegne artistiche e manifestazioni culturali. Il viaggio nell’ipogeo comincia alle porte del colonnato numero 6 e 7, attraverso una scala e un ascensore di vetro. Archi e pietre di tufo lasciate a vista, i resti dei palazzi ottocenteschi abbattuti per fare posto all’ipogeo. Si arriva così nell’aula centrale con la grande volta a forma di fungo.

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1 maggio festa dei lavoratori. Perchè si celebra oggi

È dal 1890 che in tutto il mondo la festa dei lavoratori viene celebrata il primo giorno di maggio. L’ironia della storia vuole però che l’unica eccezione si faccia proprio dove la ricorrenza è nata, negli Stati Uniti a seguito dei gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come Rivolta di Haymarket. I lavoratori non avevano diritti, lavoravano anche 16 ore al giorno, in pessime condizioni e il 1° maggio 1886 fu indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti per ridurre la giornata lavorativa a 8 ore. Esiste comunque una festa, Il Labor Day (giorno in cui si riconosce il contributo che i lavoratori danno al successo e al benessere degli Stati Uniti), come la Festa dei Lavoratori in Italia: negli Stati Uniti, Australia e Canada viene celebrato ogni anno il primo lunedì di settembre rispetto al 1 maggio.

Era il 6 agosto del 1863 quando i lavoratori napoletani in sciopero di Pietrarsa, stabilimento fondato nel 1840 da Ferdinando II di Borbone, di locomotive e materiale ferroviario (tra Portici e San Giorgio a Cremano vicino Napoli), furono caricati da un battaglione di bersaglieri italiani che aprì il fuoco uccidendo quattro lavoratori e ferendone altri dieci, una storia dimenticata all’alba dell’Unità d’Italia, divenuto ultimamente noto come eccidio dei Martiri di Pietrarsa.

In Europa il “Primo Maggio” nasce a Parigi il 20 luglio del 1889 durante il congresso della Seconda Internazionale, quando venne chiesto alle autorità pubbliche di ridurre la giornata lavorativa a otto ore.

In Italia nel 1923, sotto il fascismo, venne abolita la festa dei lavoratori e solo nel 1947 la festa del lavoro e dei lavoratori divenne ufficialmente festa nazionale.

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